La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4704 del 2026 affronta il tema della cartella clinica incompleta chiarendo che le lacune documentali non possono tradursi in un pregiudizio per il paziente sul piano probatorio, ma al contrario legittimano il ricorso alle presunzioni per dimostrare la responsabilità sanitaria.
Il principio si fonda sulla vicinanza della prova, in base al quale quando la prova diretta è resa impossibile dalla condotta della struttura sanitaria, come accade in presenza di una documentazione carente, il paziente può ricostruire il nesso causale anche attraverso elementi indiziari gravi, precisi e concordanti.
Nel caso concreto, relativo a un intervento chirurgico di routine seguito da gravi complicanze, la cartella clinica risultava priva di indicazioni essenziali sulle manovre eseguite, impedendo ai sanitari di dimostrare la correttezza del proprio operato e il rispetto della diligenza professionale.
La Cassazione ribadisce quindi che, una volta allegato e provato anche per presunzioni il nesso causale, grava su medico e struttura l’onere di dimostrare che l’evento dannoso sia dipeso da una causa imprevedibile e inevitabile, prova che nel caso di specie non è stata fornita con conseguente conferma della responsabilità e condanna al risarcimento.
La decisione si inserisce nel solco di un orientamento ormai consolidato e rafforza la funzione della cartella clinica quale strumento centrale non solo ai fini terapeutici ma anche probatori, evidenziando come la sua incompleta tenuta incida direttamente sulla posizione processuale della struttura sanitaria, escludendo qualsiasi vantaggio difensivo derivante dalla propria irregolarità documentale.










